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FRANCESCO BOMMARTINI

Giornalista classe 1983, segue la scena musicale veronese dalla fine degli anni ‘90. Ne ha scritto per tre anni su UnderGround zOne, webzine da lui diretta. Collabora con il quotidiano L’Arena, riviste musicali e siti dal 2007.

È autore dei libri Riserva Indipendente – La musica italiana negli anni Zero (miglior volume musicale 2013 per il Mei) e Fuori dalla Riserva Indipendente – Dietro le quinte degli anni dieci, pubblicati da Arcana Edizioni. È musicalmente attivo nella scena cittadina. In passato ha militato in Carnera Fm, Skorbutiks, Ukuku, Cursed Seal, Cold Fire, Aperegina.

Critico musicale dal 1989, ha collaborato con alcune tra le più importanti riviste italiane (Metal Shock, Flash, Tuttifrutti, Il Mucchio Selvaggio, Psycho!), attualmente scrive per Classic Rock Lifestyle, Classix! e Classix Metal. Ha scritto numerosi libri, tra cui Italian Metal Legion (QuiEdit, 2009), Steve Sylvester, il negromante del rock (Crac Edizioni, 2011) e I 100 migliori dischi Hard Rock 1968-1979 (Tsunami Edizioni, 2016) e contribuito ad alcune tra le più importanti enciclopedia musicali italiane.

Ha scritto anche il romanzo semi biografico Il Punto GD (QuiEdit, 2010), con cui ha raccolto numerosi consensi, raccontando segreti e misfatti del mondo della grande distribuzione organizzata. Nel 1999 fonda l’etichetta discografica Andromeda Relix, di cui è il direttore artistico ancora oggi. Dal 2004 diffonde la sua passione per la musica rock con conferenze in scuole, università, comuni e circoli culturali di tutta Italia.

GIANNI DELLA CIOPPA

PREFAZIONE

La passione vince, sempre.

Lo diciamo subito, sono stati molto bravi. Non che nutrissimo dubbi sulle competenze specifiche di Francesco Bommartini e Gianni Della Cioppa – che peraltro già godono di buona nomea a livello nazionale – ma perché l’impresa, quella di tracciare una mappa, almeno indicativa, orizzontale e verticale, della “Verona Rock”, ci è sempre sembrata impresa titanica; tante volte, diciamo la verità, l’idea era stata abbozzata, anche dal sottoscritto e da altri colleghi, ma alla resa dei conti ci avevamo sempre rinunciato, tanto più consapevoli che oggi, con la facilità con cui chiunque può realizzare un cd, ci saremmo trovati davanti alla classica fatica di Sisifo, incapaci di stare al passo con gli accadimenti.

Francesco e Gianni hanno fatto un ottimo lavoro, che nell’impossibilità matematica di coprire tutto ma proprio tutto, ci va però molto vicino, almeno nel senso di quel che di importante, di vitale o almeno di una certa originalità, è emerso nel rock veronese negli ultimi 30-35 anni. E poi, il senso di un volume come questo – oltreché di solleticare piacevolmente i ricordi di chi il rock scaligero lo ha in qualche maniera vissuto, da protagonista o da spettatore appassionato è lo stesso – è quello chiaramente e opportunamente spiegato dai due autori nell’introduzione al volume. Rinforzare l’unità del popolo del rock veronese, dandogli nuovi stimoli e nuove curiosità, senza l’irraggiungibile pretesa di metter nel piatto tutto l’esistente. Il pianeta rock veronese, contrariamente a quanto si potrebbe affermare con superficiale analisi, è sempre stato piuttosto ricco, anche se in passato probabilmente mancavano anche e soprattutto quei mezzi – oggi forniti da un inimmaginabile salto in lungo della tecnologia – che avrebbero potuto aiutare a definirne un quadro organico.
Fino a un quarto di secolo fa capitava con frequenza di scoprire gruppi o solisti, magari interessantissimi, che non avevano la minima idea di cosa si dovesse fare per far sapere, a chi di dovere, della propria attività, magari circoscritta a una certa zona della provincia, a un determinato quartiere cittadino. Funzionava per lo più il passaparola, e a volte erano gli stessi protagonisti a non voler essere “stanati”, perché dicevano, e magari era vero, di cantare e suonare esclusivamente per proprio piacere.

C’era del bello, in queste idee naïf, ma anche dei limiti. Erano ancora tempi in cui il fatto che una band veronese potesse, chissà come, essere notata, recensita, invitata in chiave nazionale, sembrava un miraggio. Il problema non era dovuto alla scarsa qualità, piuttosto all’incapacità di farsi vedere e ascoltare, forse anche a un po’ di pigrizia. Soprattutto con l’avvento del terzo millennio le cose sono cambiate, e sono tanti i nomi veronesi che anche nel rock – come peraltro nel jazz – hanno saputo costruirsi possibilità ad ampio respiro, al di là delle mura shakespeariane o anche all’estero.

Con grande umiltà – va detto – Bommartini e Della Cioppa parlano di questo Verona Rock come di un primo passo a cui, si augurano, possano in futuro far seguito allargamenti e approfondimenti. Attendono fiduciosi e ben disposti, dunque, suggerimenti anche da parte dei lettori, in un’ottica collettiva che possa contribuire a rafforzare, appunto, la forza della musica rock a Verona e provincia.

Sarebbe una grande conquista anche perché, detto fuori dai denti, non sempre è stato così. La carenza atavica di spazi deputati (ma non era solo un problema veronese, pur se a Verona sono esistite condizioni peculiarmente sfavorevoli, leggi soprattutto la forza straripante della lirica) ha creato spesso, in passato, le classiche guerre tra poveri, anziché sollecitare i poveri a unirsi. A questo, oggi, può contribuire anche un volume importante, ben realizzato e calibrato come questo. Noi faremo la nostra parte, ricordando agli autori qualche nome – tra i protagonisti in prima persona ma anche tra i promotori, in qualche modo, del mondo rock scaligero – che aggiungeremmo volentieri in un prossimo volume di Verona Rock. Augurandoci anche che, nel frattempo, emergano tanti nomi nuovi che costringano Francesco e Gianni a rimettersi al lavoro, con rinnovata passione e attenzione, quelle che hanno già usato in questo libro.

BEPPE MONTRESOR

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